Soggiorno letterario 2025, i racconti degli studenti della Holden

Pubblichiamo i racconti degli studenti della Scuola Holden che sono stati ospiti al Giardino di Ninfa da giovedì 9 a domenica 12 ottobre 2025 per la quinta edizione del Soggiorno Letterario. Gli scritti, presentati nel corso di un reading che si è tenuto sabato 11 nel salone dell’antico municipio del Giardino di Ninfa, sono di Lisa Faggian, Venera Dora Leone, Maria Francesca Rubino e Lorenzo Bruseghin. L’accompagnamento musicale è stato eseguito da Natalia Pogosyan. Il tema di indagine scelto per l’edizione di quest’anno è stato “Le donne muoiono. Anna Banti e la seconda memoria”. Il racconto è stato pubblicato su Botteghe Oscure nel Quaderno VI, II semestre 1950.

______

I racconti

Venera Dora Leone

Latte

 

Lei il latte ce l’aveva. Ce ne aveva tanto e il giorno dopo non ce ne aveva avuto più.

Sicuro che c’era stata qualche malafemmina che l’aveva guardata mentre allattava a Nico sul baglio e con l’invidia si era rubata il latte, se l’era portato via.

Questo è stato lo malosguardo, gli aveva detto così sua mamma, sussurrando nella cucina buia, mentre nell’altra stanza Nico piangeva da ore, tutto rosso senza che nemmeno aveva fatto un mese, e lei si era presa la testa con tutti i capelli tra le mani, ce le aveva affondate in mezzo e si guardava i piedi. Il petto vuoto che le premeva sulle ginocchia e non sentiva niente.

Una donna che fa nascere un bambino e gli finisce il latte, se non è una donna ricca è come se gli dà la vita e poi gliela toglie, lo mette alla luce e poi è come se lo dà in pasto alla morte, gli dice alla Morte: ”tieniti il figlio mio”.

Questo è stato lo malosguardo.

La madre si era convinta e ora l’andava sussurrando trascicando i talloni per tutta la casa, e il loro rumore si mischiavano al pianto.

Lei il latte ce l’aveva; fino a ieri, ce l’aveva avuto.

-Che devo fare mà.

-Portalo a una che ce l’ha.

Ma idda  il latte non glielo voleva fare dare da qualcun’altra.

Lei il latte ce l’aveva fino a ieri e ce l’aveva a dare lei perché il Nico era figlio a lei.

Lei il latte ce l’aveva e il giorno dopo quando era sera era uscita dal paese per il sentiero che dava al bosco. Il paese stava lassù arroccato in cima come se aveva paura del bosco che c’era sotto, come per avvistare i pericoli da lontano prima che arrivassero e chiudere in tempo le imposte delle case e lasciarli per sempre fuori.

Lei stava scendendo al bosco. Scendeva giù dal vicolo da sola e smagrita si stringeva nelle sue stesse braccia secche, e aveva i passi nervosi che si lasciavano andare. Non pensava neanche al Nico che stava a casa a piangere nella culla tutto viola, scendeva e le gambe gli calavano e pensava al latte suo, si stringeva sui seni il vestito allargato.

Andava dalla janara. Viveva nel bosco, era stato Zio Giuseppe, che era il vecchio del paese e c’aveva quasi cent’anni, a dirle che c’era chista ca vivìa n’to bbosco che era come ‘na santa; ma chi lo sapeva se ci si poteva fidare. Gli uomini non si fidavano.

In paese c’erano diverse voci che soffiavano su di lei: qualcuno diceva che era strega, una che era stata scacciata da non si sa dove e si era messa in quei boschi. Di lei si diceva pure che viveva da assai tempo, si diceva che non era morta mai. Si diceva che era arrivata daggiù, che si era portata un vento da Sud che prima non c’era.

Viveva in una delle piccole chiesette rovinate fra gli alberi del bosco, tra i noci querce e lecci, e il paese da lei si teneva lontano come dai problemi. Ma capitava pure che qualcuno aveva bisogno di lei, per le cose più strane, soprattutto le donne, che pur avendone suggestione, non la temevano, come invece gli uomini, gli uomini di lei avevano spavento.

Si diceva pure che lei sapeva mandare spavente, lo mandava agli uomini. Perciò quelli, di lei, non ne volevano sentire parlare.

Tranne Zio Giuseppe che aveva quasi cent’anni e l’aveva conosciuta e non aveva spavento più di niente ormai. E le donne nemmeno, che sapevano che lei aveva qualcosa di conservato, di molto prezioso che loro non avevano. Ma mica sapevano cosa. Qualcosa di antico, che proveniva da lontano, una sapienza tramandata, che lei usava per solvere certi nodi che sembravano insolvibili della gente.

Lei ridimensionava con questa forza le matasse, ci affondava dentro le mani che le uscivano nere, e sembrava agli occhi delle donne che le credevano, che tutto nella vita le fosse già successo, da qualche parte nel mondo e nel tempo.

Quando dal paese discese tra i lecci e i noci per raggiungere la chiesa in rovina, il sentiero quasi non c’era, come se non fosse percorso mai, o fosse percorso sempre da una sola persona. Era esausta, ma lei il latte ce l’aveva avuto. Per non perdersi, camminava lungo il ruscello che mano mano scendendo da lassù diventava un fiume. Dopo la discesa c’era la pianura e la diga di pietra con il levatoio di ferro, era aperto, l’acqua scorreva libera in un manto.

Lei il latte ce l’aveva, pensò.

Si staccò dall’argine e dalla radura, superò l’albero caduto.

Gli alberi morti sono pieni di vita. Non loro, loro sono morti, ma sotto, intorno, dentro, sono pieni di vita; glielo diceva zio Giuseppe da bambina, se lo ricordò vedendolo: erano anni che stava così, caduto, era l’orizzonte alla fine della radura.

Gli alberi vivi del bosco ora si infittivano, si facevano ombra l’un l’altro, comunicavano sottoterra attraverso le radici.

Nell’attraversare il bosco quasi non respirò, arrivò a uno spiazzo e c’era la chiesa rovinata.

Non servì di chiamarla.

La janara uscì fuori come se l’aveva sentita arrivare coi i suoi passi tra le ortiche, o come se già lo sapeva che sarebbe arrivata. Dall’uscio senza porta la fissava senza sorpresa, con gli occhi come buchi, con i capelli già notturni nella sera, intrecciati lunghi, e a ciocche fuori; quella treccia ce la doveva avere da giorni. In mezzo alla treccia, infilati c’erano spilloni d’oro, sparsi, come punti di luce nel nero. Le fece cenno di venire e si girò per avviarsi dentro, sotto la volta alta che era stata chiesa. La zittì con un gesto muto della mano mentre lei continuava a raccontare la storia del latte; pensava che fosse necessario spiegarsi.

La janara osservava il fumo.

Nel centro della stanza a terra c’era una latta con fasci di erbe che ci bruciavano dentro, quando lei si avvicinava il fumo cambiava danza. Lo provò ad afferrare e spezzò il suo filo verso l’alto, una parte le restò nella mano, quando la aprì per liberarlo volteggiò, rimasto intatto:

-Iattura è.

Guardando su, il soffitto era tutto annerito dai fumi.

E laggiù in fondo c’era una parte di volta, un angolo, che era crollata e si vedeva il cielo con le stelle.

La janara si piazzò lì sotto e il bagliore che veniva dalla Luna le illuminava i contorni dei capelli intrecciati e tutta la sua figura, riluceva come se avesse attorno al corpo una lieve raggiera.

Lei e quella luce si riconoscevano.

Gli spilloni dorati restituivano i raggi, e accanto a lei, nelle mura mezze cadute si arrampicava una rosa antica e selvatica, sembrava si volesse prendere la chiesa rovinata. I suoi fiori cadevano al suolo e nessuno li raccoglieva, appassivano e marcivano e col loro tempo diventavano terra.

La janara prese davanti a sé un libello appeso alla parete sotto due affreschi di Santi; sulle pagine c’erano piccoli visi ritratti, attorno alla testa numbi e aureole, e sotto, scritte a mano con grafia corrente, le loro vite. Era un libello dei Santi. Lo sfogliava con la calma di chi non sta cercando niente perché sa esattamente dove si trova la cosa.

Si fermò alla pagina di una Martire, ritratta con delle foglie e delle radici che partivano dai capelli ocra. Glielo passò perché lo stringesse.

Iniziò a cantare a memoria una nenia con parole rare, che non si potevano capire.

Poi chiuse gli occhi, e la donna non lo sapeva ma la janara ebbe la visione del fuori, il bosco senza alberi, che lei lo chiamava il giardino, il paese senza case. Vedeva niente, ripulì tutto. Aumentò il ritmo della nenia. Le parole le pronunciava così veloci per non fargliele intendere, per conservarle come un segreto da lasciar scorrere per sempre, che nessuno oltre lei potesse afferrarlo.

Quando finì il canto, accese un fiammifero poggiandolo ai tizzoni della latta e lasciò andare per un secondo la fiamma, sollevandola, poi andò al tavolo, lo buttò in una ciotolina, dentro cui era già stato versato, prima che lei arrivasse, del liquido bianco.

Latte era; e olio.

Il fiammifero ci affogò dentro e sparì due attimi, tornò su a galleggiare, si levò del fumo e morì del tutto. La janara staccò un pezzo di pane dal fondale di una vecchia madia, intrise la mollica nella ciotola e glielo mise alle labbra. Lei le aprì.

Il sapore del latte era acido, ma la mollica era dolce. Ingoiò.

La janara annuì neutra, ora fece un cenno del mento verso la porta e uno delle mani verso il paese.

Lei uscì da sotto le rovine, e rimasta sola la janara buttò di colpo il resto del liquido sui tizzoni a terra; la latta sfrigolò forte. La fece tacere buttandoci un panno bagnato, l’avvolse, lo prese sottobraccio e uscì.

 Fuori, la donna non era ancora andata lontano, la vide camminare lenta perché non sapeva il sentiero, la janara invece lo conosceva a memoria, lo faceva ogni notte, nessuno la vedeva. La affiancò per un pezzo e non parlarono, poi la donna salì al bivio sbiadito del paese, e lei continuò per la radura, oltre l’albero caduto e poi lungo il ruscello finché non vide il ponte a due luci, passò guardinga attorno alla stanza sul fiume col soffitto a volta, la dogana.

Lei teneva stretto tra le mani il fascio con la latta dentro, ancora calda. Non l’avrebbe dovuto vedere nessuno, quello che lei faceva di notte. Nessuno doveva essere testimone dei mali, altrimenti seppur bruciati sepolti o affogati, non morivano.

Dentro la dogana c’era il guardiano, e lato fiume una barca ormeggiata con le cime salde che si allentavano e si tendevano, cigolando. Lo guardò senza esser vista, proseguì sul ponte, staccò una pietra dal muro a secco, la avvolse nel panno assieme alla latta ancora calda, si guardò attorno ancora, gettò lo sguardo su tutta la radura, non c’era nessuno, neanche le ombre, perché la Luna era in centro al cielo. Ricominciò a cantare la nenia, stavolta sussurrata. Assicurandovi il sasso dentro fasciò tutto come si fascia un infante: fece cadere la latta appesantita nel fiume sotto di sé; questo toccò subito il fondale, portandosi dietro la iattura. La superficie dell’acqua sfrigolò. I mali affogavano.

Di nuovo chiudendo gli occhi vide il bosco senza alberi, il paese senza case, c’era solo la donna ora. Lasciò il ponte a due luci e risalì la radura, sempre lungo fiume ma fuori dal sentiero, ancora per non esser vista, risalì in su fino al bacino fin dove c’era la diga.

Della diga prese il levatoio di ferro, con la forza lo girò tutto fino a socchiuderla. Fermò il manto dell’acqua, non sarebbe corsa più per stanotte, il bacino si sarebbe riempito col rivolo del ruscello, e ci sarebbe stata anche l’acqua della fonte dolce che stillava dal sottosuolo; veniva a galla dal basso, in gocce che non cadevano ma emergevano dalla terra.

La janara bevve l’acqua lì alla fonte e poi diede le spalle a tutto per tornare a casa sua, che era la chiesa rudere di Santa Maria Maggiore, lì si sarebbe messa sotto al cielo, nell’angolo, accanto alle mura. Che quelle di notte sprigionavano il calore del Sole che c’era stato il giorno; e ci sarebbe stato il profumo delle rose nuove e il miasma di quelle che marcivano al suolo e si trasformavano in terra.

La janara chiudeva gli occhi e non vedeva niente, il bosco senza alberi il paese senza case, ora solo la donna e il bacino alla fonte, nella notte l’acqua sarebbe esondata.

Quella donna, quella donna ce l’aveva il latte.

___

Maria Francesca Rubino

La seconda memoria dei bambini

 

Arrivo a casa della nonna e la porta è socchiusa. È da quando ci siamo trasferiti che non la vedo, e sono emozionatissima. Lei ci aspetta in piedi all’ingresso, appoggiata al suo bastone di legno. Corro ad abbracciarla e lei ricambia stringendomi più forte, poi saluta anche papà con due baci sulle guance.

Dalla cucina, proviene un odore di mele cotte, che ha riempito tutta la casa e mi provoca un certo languorino: sento la pancia che brontola e anche la bocca inizia a riempirsi di saliva.

«Ti ho fatto una sorpresa; ma prima vai a lavarti le mani» mi dice;
capisco subito. Mi fiondo in bagno, poi corro a sedermi a tavola e trovo un piatto con una fetta di torta ancora calda fumante.

La addento, però qualcosa non torna. È buona, ma non la riconosco. È dolce, è soffice e le mele si sentono al punto giusto, ma sono certa manchi qualcosa. Nonna è ferma a osservare la mia reazione ed è sorpresa nel vedermi così dubbiosa.

«Cosa c’è che non va, tesorino?»

«È squisita nonna, grazie, però…»

«Però?»

«Mi sembra diversa dall’ultima volta» le dico, ma sottovoce, perché ho paura di offenderla.

Mi alzo e vado verso la credenza mentre lei riapre il suo ricettario alla pagina “torta di mele”.
Io intanto tiro fuori alcuni barattoli. Ne apro uno: farina. Un altro: zucchero. Poi ne trovo uno in fondo, con l’etichetta scolorita. Lo apro e subito un profumo fortissimo invade la stanza: cannella.

«Ecco!» Le mostro il barattolo.

Nonna porta una mano alla fronte, come se all’improvviso le fosse scoppiato un tremendo mal di testa.

«Hai ragione, tesorino, la cannella!» mi conferma.

Così prende un cucchiaino e ne aggiunge una spolverata sopra la torta, stando attenta a distribuirla equamente su tutta la superficie. Ne taglia una fetta sottile e ne offre una anche a papà. Lei la assaggia con gli occhi chiusi, poi resta in silenzio per alcuni istanti.

«Sai, Marta,» mi dice piano, «questo sapore… me l’ero dimenticato. Mi fa tornare bambina, a quando la preparavo con mia madre. Aggiungevo sempre un po’ di cannella, alla fine, col cucchiaino, quel giusto che serve a farla appiccicare alle mele umide. Era un mio rituale, perché a mia madre non piaceva la cannella: per questo non c’è nella ricetta originale.»

Non so bene cosa rispondere e allora le prendo la mano. È morbida e un po’ fredda. Lei me la stringe e vedo che all’improvviso i suoi occhi sono diventati tutti lucidi.

Poi mi accarezza una guancia: «A volte l’età gioca brutti scherzi , ma è buffo,» aggiunge, con un mezzo sorriso, «ci sono cose non spariscono mai davvero. Semplicemente si addormentano, e quando meno te lo aspetti saltano fuori.»

La osservo curiosa e mi chiedo perché stia piangendo: non è triste, lo capisco, ma neanche felice. Piuttosto qualcosa che fa un po’ male e un po’ bene insieme. Forse una via di mezzo che capita solo ai grandi. Cioè io quando mi sento triste, piango e quando mi sento felice, rido. Ma con i grandi non sembra così. È più complicato: fanno entrambe le cose insieme, come se non sapessero da che parte stare.

Non riesco a pensare ad altro. Non riesco a capire com’è che uno, da un momento all’altro, dimentica le cose che lo fanno stare bene. Com’è che questa volta, dopo tutte le torte che mi ha preparato, si è dimenticata proprio della cannella?

Io, per esempio, non mi ricordo quasi mai di lavarmi i denti prima di andare a dormire, né di mettere in ordine i giochi, e i compiti restano chiusi nello zaino finché mamma o papà mi dicono di farli. Però mi ricordo che quando inizia a fare caldo, c’è un’enorme rosa bianca che fiorisce nel giardino di nonna, l’unica in un cespuglio di rovi. Resta lì solo pochi giorni, ma in quel periodo, mi ricordo sempre di andarla ad annusare perché ha un profumo bellissimo.

Non credo di essere l’unica. Secondo me, noi  bambini funzioniamo tutti allo stesso modo.

Giacomo, mio cugino che ha un anno in più di me, non sa mai che giorno della settimana è, ma imita benissimo il rumore della porta del garage cigolante di casa sua. Ogni volta che lo fa, io scoppio a ridere, anche se l’ho già sentito cento volte.

Sara, la mia vicina, si incarta sempre quando deve contare fino a venti, ma conosce il nome di tutti i gatti randagi che passano dal cortile. E non solo i nomi: sa dire anche il colore del pelo, la macchia sulla fronte, persino il modo in cui miagolano.

Magari i grandi dimenticano certe cose perché non servono. O almeno, loro credono così. Ma io no.

Aiuto nonna a sparecchiare la tavola e passata qualche oretta, la saluto, scrutando le sue espressioni per  accertarmi che stia bene. Poi, raggiungo papà che intanto mi aspetta in macchina.

Arriviamo a casa e, dopo cena, noto che mamma sta scrivendo sulla sua agenda di cuoio nera: un gesto usuale che ripete ogni sera da quando sono piccola. Ma non so perché proprio oggi ci faccio caso. È seduta al tavolo, la testa china e la penna che scorre veloce sulla pagina. Scrive di tutto: bollette da pagare, appuntamenti, telefonate da fare. Dice che così non rischia di dimenticare le cose importanti.

A me sembra un totale disordine: ci sono cerchi, frecce, numeri, parole sottolineate, ma lei si destreggia benissimo in mezzo a quell’inchiostro nero. E mentre la osservo, mi viene un’idea.

Forse, se la nonna dimentica certe cose, posso fare anch’io come mamma: scrivere tutto, ma a modo mio, così che lei non perda più nessun ricordo bello.

Mi alzo e vado in camera. Scavo un po’ nello zaino lilla finché trovo un quaderno a righe che non ho ancora mai usato.Perfetto.

Sulla prima pagina scrivo: Cose da non dimenticare mai. Al primo posto, ovviamente, metto la cannella. Lo scrivo in stampatello. Grande. E poi di fianco disegno sia una torta che una mela.

Fin qui, è stato semplice. Passo al punto due.

Mi viene in mente la poesia di Natale, quella che ho imparato l’anno scorso e che ho recitato in piedi su una sedia davanti a tutta la famiglia. Mi ricordo che non era stata la volta in cui l’avevo detta meglio, perché un po’ ero agitata e un po’ mi ero distratta a guardare zio Nicola mentre rompeva le noci facendo un bel po’ di rumore. Ma a nonna era piaciuta così tanto che le ho dedicato una replica.

Ci siamo nascoste in cucina, lontane da tutti gli altri, e ho cominciato la mia performance accompagnando dei gesti alle parole, come ci aveva insegnato la maestra. Tipo ho alzato le mani mentre dicevo “discende il bambino dall’alto dei cieli” e ho portato le mani al petto al momento di “accende nel cuore speranza e amore”.

Quando ho finito, lei ha applaudito fortissimo richiedendomi, ancora una volta, il bis.

Sul quaderno, ho quindi riportato la poesia per intero, alternando una riga con la penna verde glitterata e una con quella rossa. In realtà, non me la ricordavo proprio tutta, tutta. Alcune frasi mi erano rimaste in mente chiare, altre invece no. Allora ho deciso di inventarle, ma solo un pochino, giusto per far tornare la rima. Alla fine l’ho riletta e mi è sembrato funzionasse lo stesso.

Punto numero tre. Qui ci sto un po’ di più.

Ma certo, Lulù! Avrei dovuto metterla prima, per importanza. Ma ormai è troppo tardi per tornare indietro, così scrivo: Lulù e la casa di fango, con un pennarello marrone.

Quel giorno era corsa in giardino dopo un bell’acquazzone e poi, tutta contenta, era rientrata in casa con le zampe tutte sporche.
Ha lasciato impronte ovunque: sul pavimento, sul divano, e persino sul tappeto persiano.
Io ridevo così tanto da non riuscire a muovermi, mentre nonna invece cercava, a fatica, di inseguirla con lo straccio in mano. Lulù era troppo veloce, e più la nonna le correva dietro, più la casa veniva ritinteggiata a pois marroni. Alla fine si sono fermate tutte e due: Lulù che scodinzolava e la nonna che la guardava senza più fiato. Poi ha cominciato a ridere anche lei insieme a me, mentre Lulù ci guardava saltellando tutta eccitata.

Finisco di scrivere, per oggi può bastare. Però non riesco ad addormentarmi subito perché cerco di pensare a tutte le cose che vorrei ricordasse anche nonna.

Chissà come si fa a perdere la memoria. Chissà dove va. Forse non sparisce del tutto, ma si nasconde da qualche parte, come quando il telecomando finisce tra i cuscini del divano e lo ritrovi solo una volta che hai spostato tutto.

Magari, quando sei piccolo, hai spazio illimitato: per i rumori, gli odori, le parole, persino il silenzio. Poi, crescendo, quel posto si restringe e devi scegliere cosa tenere. I grandi dicono che si deve fare spazio alle cose importanti — lavoro, appuntamenti, scadenze, cose da pagare — ma a me sembra che così finiscano per buttare via proprio ciò che li ha fatti ridere, o piangere, o sognare.

Forse la memoria non si perde davvero. Forse cambia forma, e riappare nei profumi, nei suoni, nei gesti che facciamo senza pensarci. Diventa parte di te, ma in un modo che quasi non riconosci più.
Come quando racconti la stessa storia per così tante volte che poi non sai più distinguere le cose vere da quelle inventate.

Ecco, vorrei pensare che i ricordi non spariscono del tutto, ma si nascondono solo in un punto segreto della testa, aspettando uno stimolo che li risvegli. Come la nonna con la cannella.

Da quella volta, ho continuato a scrivere ogni sera, proprio come mamma. E solo dopo qualche settimana di “lavoro” il quaderno finalmente mi è sembrato pronto. L’ho chiuso con un elastico e ho decorato la copertina con adesivi, disegni e brillantini colorati.

Con mamma e papà torniamo a trovare nonna che, come sempre, appena mi vede mi abbraccia forte. Senza aspettare neanche un secondo, io tiro fuori dallo zaino il mio regalo.

«È per te», le dico soddisfatta.

Lei lo sfoglia un po’ : «Allora adesso non ho più scuse» e mi stampa un bacio sulla fronte, di nuovo con gli occhi lucidi.

Intanto con la coda dell’occhio mi accorgo che sul tavolo in cucina c’è una nuova torta di mele ad aspettarmi, e questa volta profuma di cannella.

L’ha segnato sul ricettario, mi confessa nonna.

___

Lorenzo Bruseghin

Piccolo uomo pieno d’odio

 

Caro nonno,

volevo dirti che ti ho visto l’altro giorno. Trascinavi per il giardino il tuo vecchio, glabro, corpo bavoso, vestito in maglione, giacca e cravatta nonostante ci fossero quasi quaranta gradi. Giravi malfermo sulle gambe accarezzando le violette con in faccia il sorriso di chi non ha una sola preoccupazione nella vita. Poi mi hai visto dall’altra parte della recinzione e ti sei fermato. Ti è nata una ruga nuova in mezzo agli occhi mentre spremevi le meningi cercando di connettere i tre neuroni che ti sono rimasti sotto il cuoio non più capelluto. Quando hai capito chi ero è stato terrificante. Il sorriso ti è migrato via dalla faccia, hai iniziato a deglutire compulsivamente, ti si sono sbarrati gli occhi e poi si sono gonfiati, implorandomi di fare qualcosa. Ho distolto lo sguardo e un secondo dopo stavi inseguendo un calabrone. Hai saputo dimenticarti perfino che non riesci a correre da ormai vent’anni e che sei allergico ai calabroni.

Ci sono tantissime cose che ti sei dimenticato, ma una te la ricordi vero? Riguarda quella cosa lì la tua richiesta?

Sai nonno, negli ultimi anni è diventato uno dei miei passatempi preferiti affacciarmi dal mio giardino al tuo e guardarti fare cose. Trovo estremamente divertente vedere quanto piccolo sta diventando l’uomo di cui non sarò mai all’altezza. Una delle storie che raccontavi più spesso nei tuoi vaneggiamenti era quella della tua ultima sigaretta. Da giovane tu fumavi, anche questo non te lo ricordi più. Fumavi perché fumavano tutti e perché faceva figo fumare andando in bicicletta, e anche perché il tuo capo in officina ogni tanto ti offriva dei sigari. Fu nel ’63 che decidesti di smettere perché in quegli anni aveva iniziato a diffondersi la consapevolezza che facesse male. Quella volta durasti una settimana, poi alla prima volta che il tuo capo ti offrì un toscano cedesti. Ricominciasti a fumare fino a che una domenica dopo messa Bepi ti vide fuori dalla chiesa con una sigaretta in mano e ti disse: «Morciato, non avevi smesso?»

Tu allora rispondesti che sì, avevi smesso, ma sai come sono ste robe, non è mica facile, e poi ti avevano offerto un sigaro, sai com’è…

«Morciato, tu sei un uomo piccolo,» ti aveva risposto Bepi. Da allora non hai mai più toccato una sigaretta. Per questa storia ti ho sempre tenuto nascosto che io fumo veo® Amber, che sono stick di erbe imbevute di nicotina sintetica da scaldare con un apposito dispositivo per inalarne i vapori, con filtro aromatizzato al gusto pesca e mango. Ne fumo un pacchetto al giorno di base, un pacchetto e mezzo nei giorni particolarmente stressanti. Fumo quelle perché il sapore del tabacco non mi piace, è troppo acido. Comunque mi sa che non te la ricordi quella storia perché una volta ti ho passato una sigaretta e tu l’hai portata subito alle labbra, e hai provato ad accenderla dal filtro con la punta del bastone.

E pure quella volta poi mi hai riconosciuto e ti ho visto negli occhi che mi chiedevi qualcosa che io non farò mai, forse anche perché, come te, io sono un po’ duro d’orecchi. Ho sempre trovato peculiare il tuo modo di essere duro d’orecchi, come quella volta in cui ho provato a spiegarti cosa avrei studiato dopo il liceo, ti ricordi? Ovvio che non ti ricordi, non ti ricordi nemmeno dove hai lasciato la tazza della camomilla di ieri sera, e neanche che la pipì si fa nella tazza del cesso, non in quella della camomilla.

Mi c’erano voluti tre giorni per raccogliere l’energia di attraversare i nostri giardini e aprire la porta di casa tua. Due ore dopo avevo la psicologa, il che mi dava in primo luogo un buon motivo per non rimanere troppo a lungo, e poi la consapevolezza che i traumi conseguenti al nostro incontro sarebbero stati analizzati poco dopo. Doveva essere una giornata buona, forse la malattia stava iniziando proprio allora e per quello non avevi la cattiveria costante con cui ho imparato a conoscerti. Le lamentele sulla morte della nonna, sul nostro cane che abbaia di notte, sullo zio che non ti viene mai a trovare erano state ai minimi storici. Mi avevi raccontato aneddoti e io mi ero finto interessato, facendoti domande di cui non me ne fregava niente solo perché sapevo quanto fosse importante per te darmi delle lezioni di vita. E poi hai chiesto che cosa avrei studiato dopo il liceo. Ti ho risposto che volevo fare una scuola di regia. Mi hai chiesto se fosse una cosa come quella che fa mio fratello, che stava per laurearsi in ingegneria. Ti ho risposto di no. Allora mi hai chiesto che cosa sarei diventato una volta finiti gli studi. Soltanto una persona che nella vita vuole fare un lavoro artistico può sapere quanto sia umiliante dire ad alta voce che nella vita vuoi fare il regista. Tu me l’hai fatto ripetere tre volte. Cos’è, di punto in bianco un blocco di cerume ti ha riempito le orecchie? Avevamo parlato per un’ora e non mi avevi mai chiesto di ripetere niente, ma la parola “regista” proprio non riuscivi a sentirla. Allora forse io l’altro giorno non ho capito quello che mi hai chiesto con gli occhi, forse per questo non farò quello che mi chiedi, forse dovresti smetterla di chiedermi queste cose e forse invece dovresti iniziare a chiederti perché il tè della mattina ogni tanto ha un sapore strano.

Ma invece ti ostini a chiedermi delle altre cose in quei brevi momenti di lucidità che hai solo con me, e io non sono duro d’orecchi a intermittenza, credo di sapere quello che tu mi stai chiedendo.

Lascia che ti tolga ogni dubbio, non era un fantasma quello che hai sentito sbattere la porta di casa la notte in cui nonna è morta, ero io. Non riuscivo a dormire ed ero uscito a fumare di nascosto quando sentii qualcuno da casa tua chiamare aiuto. Era un sussurro appena più forte del frinito dei grilli, ma doveva essere la voce di nonna.

Tu non lo sentisti. Se quella notte fossi stato nel suo stesso letto forse l’avresti sentita, ma “Il rantolo del suo respiro non ti faceva chiudere occhio dalla compassione”, così dicevi, e per questo ti eri fatto mettere un letto all’ingresso della casa. Io lo so che non era quello il motivo. Da quando aveva iniziato la chemio nonna non riusciva più a metterti i calzini la mattina, le facevano troppo male le mani, per questo tu non volevi più dormire con lei.

Dovetti stare attento a non svegliarti entrando in casa. Fu una cosa stupida, ero comunque troppo piccolo, non potevo fare niente, avrei dovuto svegliare papà, ma lui avrebbe svegliato te e non volevo che stessi con la nonna. Ma tanto tu russavi piuttosto forte, hai sempre dormito benissimo la notte, lo dicevi sempre. Fui molto cauto lo stesso, attraversai il corridoio al ritmo del gocciolio di un lavandino, e mi affacciai alla porta. L’avevo vista quello stesso pomeriggio, ma non ero comunque pronto per ciò che mi presentò davanti. La luce della luna filtrando attraverso le tapparelle socchiuse illuminava un volto tanto scarno da far intravedere il teschio. Oltre alla testa, dalle coperte usciva soltanto un sacchetto di ossa vagamente a forma di mano, chiazzata di marrone e posata inerte sul lenzuolo. Aveva gli occhi aperti. Pensai di andare a prendere quella mano, provare a scaldarla tra le mie con il fiato, lei lo faceva sempre quando mi portava a camminare tra i campi in autunno, lo stavo per fare, l’avrei fatto, se solo non si fosse messa a urlare.

«Romeo,» disse, ed era più che altro un sussurro, ma si capiva che voleva urlare. «Romeo, ROMEO» al terzo tentativo il tuo nome lo urlò davvero e una luce si accese dietro di me.

«Arrivo Dina,» dicesti con la voce impastata dal sonno e dalla paura. Mi nascosi dietro la porta del bagno prima che tu svoltassi l’angolo.

Ti sentii dire «Che cosa vuoi Dina?»

La risposta di nonna arrivò troppo bassa perché io riuscissi a sentirla. Tu dicesti che no, non potevi farlo, lei disse qualcos’altro ma la tua risposta fu soltanto un secco «No,» e stavolta c’era soltanto rabbia nella tua voce, e stavi per andartene, ma lei si mise ad urlare. Soltanto vocali stavolta, gorgogliavano dal profondo della sua gola come se dovessero attraversare uno strato di melma per uscire. Nonna continuò a urlare per moltissimo tempo, così a lungo che volevo mettermi a urlare anch’io, e poi di colpo ci fu soltanto il gocciolio del lavandino. Si poteva sentire la goccia formarsi, raccogliersi sull’orlo del rubinetto e poi cadere sul catino di ceramica. Anche i grilli avevano smesso di frinire.

Io non lo so se sei stato tu nonno, ma credo che quella notte tu te la ricordi, e credo che sia questo che mi chiedi con gli occhi. Ma forse mi sbaglio e sei soltanto un vecchio bavoso col cervello bruciato. E forse io sono soltanto un piccolo uomo pieno d’odio che fuma veo® Amber e preferisce vederti rimpicciolire un pochino alla volta, fino al giorno in cui ti dimenticherai anche come si fa a respirare.

Rimasi dietro quella porta per un tempo indefinito, e quando uscii nonna aveva gli occhi chiusi, tu la guardavi impassibile e nelle mani stringevi un cuscino.

___

Lisa Faggian

 

La punta di una lancia di colore verde e alta dieci metri. Le sue radici la ancorano alla terra. Accanto a lei cresce una pianta di rose troppo grande per essere considerata graziosa. Come una piovra, avvolge i suoi tentacoli attorno al cipresso. Lo sta mangiando. È difficile farci caso perché, nel mentre, i fiori continuano a sbocciare. Sembra siano una creatura unica, un cespuglio fuori misura, una composizione con i petali, le spine e le foglie squamate. È l’istinto a cui noi umani abbiamo rinunciato. 

Siamo troppo evoluti per la guerra, ce lo dice la televisione e lo leggiamo sui giornali. Lo insegnano nelle scuole, che sono diventate la culla dell’odierna ignoranza. Io non vorrei mai vedere i miei figli seduti di fronte a un banco, a studiare il dialogo ed esercitarsi nei dibattiti. La specie umana ha imparato a stringere le mani e firmare accordi, poi ha dimenticato ciò che c’è stato prima. 

L’omicidio è un tabù. Non vengono più commessi neanche crimini violenti. Ogni generazione, a partire dal primo uomo sulla terra, ha ucciso e visto uccidere. Poi, abbiamo voltato le spalle alla natura. Da duecento anni, viviamo in pace. Assuefatti dalla pace. Celebriamo la pace. Costruiamo monumenti in onore della pace, edificati con pietre e sensi di colpa. L’homo sapiens è diventato arcaico, e così gli oggetti che lo accompagnavano. Fucili, bombe e coltelli non sono altro che pezzi da museo. Penso che i nostri avi direbbero che viviamo in un’utopia. Nessuna paura di uscire di casa, ogni parte del globo è frequentabile in sicurezza, i governi risparmiano molti più soldi. Si dice che a breve le persone potranno godere di quest’ultimo vantaggio. 

Prendo una sigaretta, la avvicino alle labbra. Sulle dita sento l’odore delle monete che ho in tasca. Metallo. Spada. Guerra. Quand’ero più grande, devo averne vissuta tanta. Potrei aver conquistato Babilonia, forse anche Gerusalemme. Terra. Vino. Falò. Oro. Stoffe. Tende. Vento. Fiume. Metallo. Sesso. Cavalli. Passi. Musica. Tutto mi è motivo di nostalgia. Ce ne saranno altri, come me? Siamo quei militari che, nei secoli passati, sono tornati dalla missione e non hanno più saputo adattarsi alla vita civile. Ho vissuto questa sensazione ogni volta che sono nato, ma oggi non riesco a darle sfogo. Non ho gli stimoli necessari. Sono circondato da esseri che non saprebbero approfittare nemmeno di un’anarchia totale. Potrei morire, e sperare che la mia prossima nascita avvenga in un momento più consono alla mia indole. Non sarebbe da me, ho sempre preferito essere un uomo d’azione. 

Accanto a me è seduta una signora, finge di tossire perché il mio fumo le va addosso. La ignoro. Mi guardo attorno. Oggi il parco è pieno di gente. Vedo che gli esseri umani, a differenza delle prede, non hanno gli occhi ai lati della testa. Le pupille sono tonde, come quelle degli animali che inseguono. 

Dietro il viale alberato, oltre la recinzione che divide il parco dalla strada, passano i dipendenti delle aziende vicine. Dev’essere la fine del loro turno, si dirigono verso la fermata del pullman che li porterà a casa. Hanno le sopracciglia aggrottate, le spalle curve. Non si saranno mai accorti né del cipresso né delle rose. Qualcuno ha già una birra in mano. Qualcuno corre, i mezzi pubblici sono sempre troppo piccoli per la folla che devono trasportare. Probabilmente le porte si chiuderanno in 

faccia a qualcuno che dovrà aspettare chissà quanto prima che passi il prossimo. Forse ciò nemmeno li turba, altrimenti non si ritroverebbero tutti i giorni nella stessa situazione. Ricordo di aver vissuto in periodi dove si incolpavano i padroni delle fabbriche per le condizioni di vita degli operai. Non sono mai stato d’accordo. È colpa dei lavoratori che hanno accettato di sottomettersi. 

Butto per terra la sigaretta, giunta ormai al filtro. La spengo strisciando il tallone. Mi dirigo verso la fermata, dove è radunata una piccola folla in attesa. Hanno un pessimo odore, è un misto tra sudore e tessuto sintetico. Chissà se troverò un terreno fertile. 

-Sapete cos’è un cocktail molotov?- chiedo loro. 

Nessuno mi risponde. Sembra che questa interazione li abbia sorpresi, qualche testa oscilla per una timida negazione. Non hanno l’espressione di chi ha voglia di chiacchierare. 

-È ciò che avrei usato io, se fossi stato al vostro posto un paio di vite fa. È una bomba incendiaria, e si lancia contro chi si mette sulla vostra strada. Io ne lancerei un paio dalle finestre della vostra fabbrica, quanto basta per renderla inagibile.- dico. 

Un uomo, un giovane, sottolinea l’illegalità del mio suggerimento. 

-Non si è mai vista una cosa del genere- dice. -Inoltre non ha senso, poi non potremmo più lavorare.- 

Come hanno fatto due secoli, penso, a cancellare i cinquemila anni di storia che li precedono? Come ha fatto un giovane, nel pieno del suo vigore, a dimenticare la natura che lo ha creato? 

-Da quante ore non esci da lì?- chiedo. 

-Dalle cinque di questa mattina.- risponde lui. 

Guardo l’orologio, sono da poco passate le diciannove. 

-Quattordici ore in un capannone e ti preoccupi di tornare al lavoro?- 

-Non ho altro da fare.- dice il giovane. 

Si sporge verso la strada, per controllare se il pullman stia arrivando. La punta dei suoi piedi è fuori dal marciapiede. Non ha fortuna. 

-Se la mia vita fosse come la tua,- dico. -avrei già fatto fuoco e fiamme. Lo stesso vale per i tuoi antenati, te lo assicuro, io c’ero. I capitani sono sempre stati buttati in mare, le teste dei re sono sempre state tagliate.- 

Il giovane smette di guardare la strada e si gira verso di me. 

-E poi? Che ci resta?- chiede sottovoce. 

-Il mondo fuori.- rispondo. 

Il rumore delle auto sull’asfalto sostituisce le nostre voci. Un uomo si è appisolato contro il palo della fermata. 

-Siete proprio sicuri di voler tornare qui domani?- parlo più forte. -Cosa pensate di ottenere? I soldi? Il capo intasca la maggior parte di quelli che guadagnate e voi ve lo meritate, perché glielo lasciate fare. Se volete qualcosa, dovete prenderlo da soli.- mi fermo siccome, in effetti, non so cosa possano desiderare. Non so se conoscano più di ciò che vivono. Però, se la mattina escono di casa, 

qualcosa dovranno pur volere. Una settimana al mare, un orologio, dei farmaci, il pranzo di matrimonio, i vestiti per i figli. 

-Un paio di vite fa, questo me lo ricordo, dopo otto ore si era liberi.- continuo. -Procuratevi un po’ di polistirolo e un po’ di benzina, potete dividervi la spesa, poi prendete un paio di fiammiferi e l’intero quartiere industriale sarà solo un incubo che potrete raccontare ai vostri nipotini.- 

-Poi ci toccherà trovare una nuova fabbrica, è sempre più difficile venire assunti.- dice un altro operaio. -Qui non si sta tanto male.- 

-Allora dovete radere al suolo ogni altra fabbrica, e nessun re avrà più una corona. I padroni sono già vostri servi, dovete solo approfittarne. Non serve essere gente per bene, non serve comunicare con le parole o qualsiasi cosa vi abbiano insegnato. Vi bastano le mani.- 

Il regolare rumore del traffico viene interrotto da quello dei freni del pullman. Deduco sia ben più confortante della mia voce. Gli operai che pensavo di aver ipnotizzato si attaccano alle portiere ancor prima che il mezzo possa fermarsi. Quando l’autista li lascia salire, si accalcano come fossero un unico essere della stessa consistenza dell’argilla. 

Sento una voce provenire dal gabbiotto di vetro sporco, unto dalle dita di chi rimane in piedi. È l’autista che si scusa per essere arrivato in ritardo, anche oggi mancava personale ed era stato costretto a coprire tratte non sue. Sperava di riuscire a ripetere il percorso entro un’ora, per chi fosse di nuovo rimasto a terra o stesse lavorando un turno straordinario. Qualcuno ha annuito. Qualcuno non ha risposto. La maggior parte nemmeno ha sentito. Il pullman riparte e io frugo nelle tasche per trovare un’altra sigaretta. 

Mi rendo conto che il mio discorso non ha attecchito con gli operai, ma gli autisti non sembrano essere in una situazione più favorevole. Controllano i mezzi di trasporto e neanche fanno caso al potere che detengono. 

___

La gallery dell’evento

Qui il video integrale del reading e la playlist con le interviste ai protagonisti della giornata.

Il soggiorno letterario organizzato dalla Fondazione Roffredo Caetani fa parte dei progetti del Parco Letterario Marguerite Chapin.

(Testi: riproduzione riservata)